No overconfidence, ma nemmeno esagerare nell'essere esperti quando non lo si è!


Publiziert von Amedeo, 20. Februar 2017 um 13:49. Diese Seite wurde 381 mal angezeigt.

La tragedia dello Chaberton, la minaccia nascosta dell'overconfidence (REPUBBLICA.IT)  (

Io non l'avrei fatto". Stamattina erano caldi i cellulari degli appassionati torinesi. Adriano Trombetta lo conoscevano tanti, in tutte le tribù della montagna. Guida attiva, che riusciva a vivere del suo lavoro nonostante non vivesse in uno dei centri internazionali dell'alpinismo, frequentava la palestra come le grandi pareti, le cascate di ghiaccio come gli itinerari di scialpinismo. E in ogni ambito aveva clienti, amici, gente con cui intratteneva rapporti, lassù e in valle.
 Il canale nord est dello Chaberton non è una gita per tutti. La salita già presuppone buone capacità alpinistiche, 1300 metri di dislivello, una bella ascensione se la neve è buona. Ma se ti ritrovi qualche placca di ghiaccio sotto i ramponi, già comincia a essere impegnativa. E infatti sulla Guida monti del Cai-Tci è valutata AD-, "abbastanza difficile meno", nel gergo talvolta astruso degli alpinisti. Non è estremo, ma nemmeno da prendere sottogamba. Se stai andando su.
 Se vieni giù, è tutta un'altra cosa. Il primo a scendere da lì sci ai piedi è stato Stefano Debenedetti nel maggio 1982. Per tutti, uno dei migliori e più rispettati talenti dello sci ripido. Uno che ha anticipato ogni tendenza, che ha lasciato le tracce delle lamine su pennellate bianche di neve dove altri sono scesi solo trent'anni dopo. Uno che sapeva però togliere gli sci e tornare a casa, quando le condizioni non erano buone. E infatti oggi è vivo, fa tutt'altro e ringrazia il momento in cui ha saputo rinunciare al richiamo delle sirene della montagna.
 "Io non l'avrei fatto", si dicevano stamattina gli appassionati in auto verso un qualche pendio nevoso, magari cambiando meta proprio mentre parlavano al telefono con gli amici che avevano appena saputo della morte di Adriano, Margherita e Antonio. Non l'avrei fatto con questa neve, questa temperatura, l'umidità, su quelle pendenze. Discorsi da bar, certo, ma rimane quello che bene ha identificato un'attenta ricerca dell'Accademia della montagna di Trento che ha coinvolto le Università di Trento, Padova e Verona, con la Fondazione Bruno Kessler: "Oltre il 70 per cento degli escursionisti della montagna invernale - e in particolare i più esperti - risulta “overconfident” e perciò inconsapevole dei rischi assunti".
 L'"overconfidence" è la sensazione di sapere più di quanto effettivamente si sappia e vale soprattutto per la frequentazione della montagna nella stagione fredda, quando i fattori in gioco sono svariati e spesso in contrasto fra loro. Non conta l'essere una brava guida, un esperto maestro di sci, uno scialpinista che in una stagione si sciroppa trenta chilometri di dislivello in salita e altrettanti in discesa. Anzi, spesso è proprio la consapevolezza di sapere, di aver studiato, di essere equipaggiato con i migliori strumenti  a disposizione, dall'Artva all'airbag, di avere gli scarponi fissati a sci facili e perfettamente messi a punto, la prima molla dell'overconfidence. Ieri pomeriggio non è partita una valanga, nel canale dello Chaberton, ma vale la frase preferita di André Roch, svizzero, uno dei maggiori conoscitori della neve al mondo, oltre che bravo alpinista: "Io sono un esperto, ma la valanga non sa che io lo sono". E, se mi metto in pericolo, porta giù anche me. 

Quello sopra è l'articolo di Repubblica io vorrei aggiungere che però è grave anche quando chi non è esperto, solo per avere fatto qualche presunta cima in più, si permette di fermare delle persone, farle tornare indietro in gran furia ...per nulla! Per uno stimato pericolo non esistente solo legato ad un Io smisurato o a paure incontrollabili!



Io non l'avrei fatto". Stamattina erano caldi i cellulari degli appassionati torinesi. Adriano Trombetta lo conoscevano tanti, in tutte le tribù della montagna. Guida attiva, che riusciva a vivere del suo lavoro nonostante non vivesse in uno dei centri internazionali dell'alpinismo, frequentava la palestra come le grandi pareti, le cascate di ghiaccio come gli itinerari di scialpinismo. E in ogni ambito aveva clienti, amici, gente con cui intratteneva rapporti, lassù e in valle.

 Il canale nord est dello Chaberton non è una gita per tutti. La salita già presuppone buone capacità alpinistiche, 1300 metri di dislivello, una bella ascensione se la neve è buona. Ma se ti ritrovi qualche placca di ghiaccio sotto i ramponi, già comincia a essere impegnativa. E infatti sulla Guida monti del Cai-Tci è valutata AD-, "abbastanza difficile meno", nel gergo talvolta astruso degli alpinisti. Non è estremo, ma nemmeno da prendere sottogamba. Se stai andando su.

 Se vieni giù, è tutta un'altra cosa. Il primo a scendere da lì sci ai piedi è stato Stefano Debenedetti nel maggio 1982. Per tutti, uno dei migliori e più rispettati talenti dello sci ripido. Uno che ha anticipato ogni tendenza, che ha lasciato le tracce delle lamine su pennellate bianche di neve dove altri sono scesi solo trent'anni dopo. Uno che sapeva però togliere gli sci e tornare a casa, quando le condizioni non erano buone. E infatti oggi è vivo, fa tutt'altro e ringrazia il momento in cui ha saputo rinunciare al richiamo delle sirene della montagna.

 "Io non l'avrei fatto", si dicevano stamattina gli appassionati in auto verso un qualche pendio nevoso, magari cambiando meta proprio mentre parlavano al telefono con gli amici che avevano appena saputo della morte di Adriano, Margherita e Antonio. Non l'avrei fatto con questa neve, questa temperatura, l'umidità, su quelle pendenze. Discorsi da bar, certo, ma rimane quello che bene ha identificato un'attenta ricerca dell'Accademia della montagna di Trento che ha coinvolto le Università di Trento, Padova e Verona, con la Fondazione Bruno Kessler: "Oltre il 70 per cento degli escursionisti della montagna invernale - e in particolare i più esperti - risulta “overconfident” e perciò inconsapevole dei rischi assunti".

 L'"overconfidence" è la sensazione di sapere più di quanto effettivamente si sappia e vale soprattutto per la frequentazione della montagna nella stagione fredda, quando i fattori in gioco sono svariati e spesso in contrasto fra loro. Non conta l'essere una brava guida, un esperto maestro di sci, uno scialpinista che in una stagione si sciroppa trenta chilometri di dislivello in salita e altrettanti in discesa. Anzi, spesso è proprio la consapevolezza di sapere, di aver studiato, di essere equipaggiato con i migliori strumenti  a disposizione, dall'Artva all'airbag, di avere gli scarponi fissati a sci facili e perfettamente messi a punto, la prima molla dell'overconfidence. Ieri pomeriggio non è partita una valanga, nel canale dello Chaberton, ma vale la frase preferita di André Roch, svizzero, uno dei maggiori conoscitori della neve al mondo, oltre che bravo alpinista: "Io sono un esperto, ma la valanga non sa che io lo sono". E, se mi metto in pericolo, porta giù anche me. 

Io non l'avrei fatto". Stamattina erano caldi i cellulari degli appassionati torinesi. Adriano Trombetta lo conoscevano tanti, in tutte le tribù della montagna. Guida attiva, che riusciva a vivere del suo lavoro nonostante non vivesse in uno dei centri internazionali dell'alpinismo, frequentava la palestra come le grandi pareti, le cascate di ghiaccio come gli itinerari di scialpinismo. E in ogni ambito aveva clienti, amici, gente con cui intratteneva rapporti, lassù e in valle.
 Il canale nord est dello Chaberton non è una gita per tutti. La salita già presuppone buone capacità alpinistiche, 1300 metri di dislivello, una bella ascensione se la neve è buona. Ma se ti ritrovi qualche placca di ghiaccio sotto i ramponi, già comincia a essere impegnativa. E infatti sulla Guida monti del Cai-Tci è valutata AD-, "abbastanza difficile meno", nel gergo talvolta astruso degli alpinisti. Non è estremo, ma nemmeno da prendere sottogamba. Se stai andando su.
 Se vieni giù, è tutta un'altra cosa. Il primo a scendere da lì sci ai piedi è stato Stefano Debenedetti nel maggio 1982. Per tutti, uno dei migliori e più rispettati talenti dello sci ripido. Uno che ha anticipato ogni tendenza, che ha lasciato le tracce delle lamine su pennellate bianche di neve dove altri sono scesi solo trent'anni dopo. Uno che sapeva però togliere gli sci e tornare a casa, quando le condizioni non erano buone. E infatti oggi è vivo, fa tutt'altro e ringrazia il momento in cui ha saputo rinunciare al richiamo delle sirene della montagna.
 "Io non l'avrei fatto", si dicevano stamattina gli appassionati in auto verso un qualche pendio nevoso, magari cambiando meta proprio mentre parlavano al telefono con gli amici che avevano appena saputo della morte di Adriano, Margherita e Antonio. Non l'avrei fatto con questa neve, questa temperatura, l'umidità, su quelle pendenze. Discorsi da bar, certo, ma rimane quello che bene ha identificato un'attenta ricerca dell'Accademia della montagna di Trento che ha coinvolto le Università di Trento, Padova e Verona, con la Fondazione Bruno Kessler: "Oltre il 70 per cento degli escursionisti della montagna invernale - e in particolare i più esperti - risulta “overconfident” e perciò inconsapevole dei rischi assunti".
 L'"overconfidence" è la sensazione di sapere più di quanto effettivamente si sappia e vale soprattutto per la frequentazione della montagna nella stagione fredda, quando i fattori in gioco sono svariati e spesso in contrasto fra loro. Non conta l'essere una brava guida, un esperto maestro di sci, uno scialpinista che in una stagione si sciroppa trenta chilometri di dislivello in salita e altrettanti in discesa. Anzi, spesso è proprio la consapevolezza di sapere, di aver studiato, di essere equipaggiato con i migliori strumenti  a disposizione, dall'Artva all'airbag, di avere gli scarponi fissati a sci facili e perfettamente messi a punto, la prima molla dell'overconfidence. Ieri pomeriggio non è partita una valanga, nel canale dello Chaberton, ma vale la frase preferita di André Roch, svizzero, uno dei maggiori conoscitori della neve al mondo, oltre che bravo alpinista: "Io sono un esperto, ma la valanga non sa che io lo sono". E, se mi metto in pericolo, porta giù anche me. 
Io non l'avrei fatto". Stamattina erano caldi i cellulari degli appassionati torinesi. Adriano Trombetta lo conoscevano tanti, in tutte le tribù della montagna. Guida attiva, che riusciva a vivere del suo lavoro nonostante non vivesse in uno dei centri internazionali dell'alpinismo, frequentava la palestra come le grandi pareti, le cascate di ghiaccio come gli itinerari di scialpinismo. E in ogni ambito aveva clienti, amici, gente con cui intratteneva rapporti, lassù e in valle.
 Il canale nord est dello Chaberton non è una gita per tutti. La salita già presuppone buone capacità alpinistiche, 1300 metri di dislivello, una bella ascensione se la neve è buona. Ma se ti ritrovi qualche placca di ghiaccio sotto i ramponi, già comincia a essere impegnativa. E infatti sulla Guida monti del Cai-Tci è valutata AD-, "abbastanza difficile meno", nel gergo talvolta astruso degli alpinisti. Non è estremo, ma nemmeno da prendere sottogamba. Se stai andando su.
 Se vieni giù, è tutta un'altra cosa. Il primo a scendere da lì sci ai piedi è stato Stefano Debenedetti nel maggio 1982. Per tutti, uno dei migliori e più rispettati talenti dello sci ripido. Uno che ha anticipato ogni tendenza, che ha lasciato le tracce delle lamine su pennellate bianche di neve dove altri sono scesi solo trent'anni dopo. Uno che sapeva però togliere gli sci e tornare a casa, quando le condizioni non erano buone. E infatti oggi è vivo, fa tutt'altro e ringrazia il momento in cui ha saputo rinunciare al richiamo delle sirene della montagna.
 "Io non l'avrei fatto", si dicevano stamattina gli appassionati in auto verso un qualche pendio nevoso, magari cambiando meta proprio mentre parlavano al telefono con gli amici che avevano appena saputo della morte di Adriano, Margherita e Antonio. Non l'avrei fatto con questa neve, questa temperatura, l'umidità, su quelle pendenze. Discorsi da bar, certo, ma rimane quello che bene ha identificato un'attenta ricerca dell'Accademia della montagna di Trento che ha coinvolto le Università di Trento, Padova e Verona, con la Fondazione Bruno Kessler: "Oltre il 70 per cento degli escursionisti della montagna invernale - e in particolare i più esperti - risulta “overconfident” e perciò inconsapevole dei rischi assunti".
 L'"overconfidence" è la sensazione di sapere più di quanto effettivamente si sappia e vale soprattutto per la frequentazione della montagna nella stagione fredda, quando i fattori in gioco sono svariati e spesso in contrasto fra loro. Non conta l'essere una brava guida, un esperto maestro di sci, uno scialpinista che in una stagione si sciroppa trenta chilometri di dislivello in salita e altrettanti in discesa. Anzi, spesso è proprio la consapevolezza di sapere, di aver studiato, di essere equipaggiato con i migliori strumenti  a disposizione, dall'Artva all'airbag, di avere gli scarponi fissati a sci facili e perfettamente messi a punto, la prima molla dell'overconfidence. Ieri pomeriggio non è partita una valanga, nel canale dello Chaberton, ma vale la frase preferita di André Roch, svizzero, uno dei maggiori conoscitori della neve al mondo, oltre che bravo alpinista: "Io sono un esperto, ma la valanga non sa che io lo sono". E, se mi metto in pericolo, porta giù anche me. 
Io non l'avrei fatto". Stamattina erano caldi i cellulari degli appassionati torinesi. Adriano Trombetta lo conoscevano tanti, in tutte le tribù della montagna. Guida attiva, che riusciva a vivere del suo lavoro nonostante non vivesse in uno dei centri internazionali dell'alpinismo, frequentava la palestra come le grandi pareti, le cascate di ghiaccio come gli itinerari di scialpinismo. E in ogni ambito aveva clienti, amici, gente con cui intratteneva rapporti, lassù e in valle.

Il canale nord est dello Chaberton non è una gita per tutti. La salita già presuppone buone capacità alpinistiche, 1300 metri di dislivello, una bella ascensione se la neve è buona. Ma se ti ritrovi qualche placca di ghiaccio sotto i ramponi, già comincia a essere impegnativa. E infatti sulla Guida monti del Cai-Tci è valutata AD-, "abbastanza difficile meno", nel gergo talvolta astruso degli alpinisti. Non è estremo, ma nemmeno da prendere sottogamba. Se stai andando su.

Se vieni giù, è tutta un'altra cosa. Il primo a scendere da lì sci ai piedi è stato Stefano Debenedetti nel maggio 1982. Per tutti, uno dei migliori e più rispettati talenti dello sci ripido. Uno che ha anticipato ogni tendenza, che ha lasciato le tracce delle lamine su pennellate bianche di neve dove altri sono scesi solo trent'anni dopo. Uno che sapeva però togliere gli sci e tornare a casa, quando le condizioni non erano buone. E infatti oggi è vivo, fa tutt'altro e ringrazia il momento in cui ha saputo rinunciare al richiamo delle sirene della montagna.

"Io non l'avrei fatto", si dicevano stamattina gli appassionati in auto verso un qualche pendio nevoso, magari cambiando meta proprio mentre parlavano al telefono con gli amici che avevano appena saputo della morte di Adriano, Margherita e Antonio. Non l'avrei fatto con questa neve, questa temperatura, l'umidità, su quelle pendenze. Discorsi da bar, certo, ma rimane quello che bene ha identificato un'attenta ricerca dell'Accademia della montagna di Trento che ha coinvolto le Università di Trento, Padova e Verona, con la Fondazione Bruno Kessler: "Oltre il 70 per cento degli escursionisti della montagna invernale - e in particolare i più esperti - risulta “overconfident” e perciò inconsapevole dei rischi assunti".

L'"overconfidence" è la sensazione di sapere più di quanto effettivamente si sappia e vale soprattutto per la frequentazione della montagna nella stagione fredda, quando i fattori in gioco sono svariati e spesso in contrasto fra loro. Non conta l'essere una brava guida, un esperto maestro di sci, uno scialpinista che in una stagione si sciroppa trenta chilometri di dislivello in salita e altrettanti in discesa. Anzi, spesso è proprio la consapevolezza di sapere, di aver studiato, di essere equipaggiato con i migliori strumenti
 
a disposizione, dall'Artva all'airbag, di avere gli scarponi fissati a sci facili e perfettamente messi a punto, la prima molla dell'overconfidence. Ieri pomeriggio non è partita una valanga, nel canale dello Chaberton, ma vale la frase preferita di André Roch, svizzero, uno dei maggiori conoscitori della neve al mondo, oltre che bravo alpinista: "Io sono un esperto, ma la valanga non sa che io lo sono". E, se mi metto in pericolo, porta giù anche me.   dggdyiasdgyqaguyaw



Kommentar hinzufügen»