Amba, lo spirito della Siberia


Publiziert von lebowski , 24. Dezember 2012 um 15:33.

Region: Welt » Russland » Altai
Tour Datum:31 Dezember 1932
Wandern Schwierigkeit: T3+ - anspruchsvolles Bergwandern
Klettern Schwierigkeit: 6a (Französische Skala)
Zufahrt zum Ausgangspunkt:Taiga siberiana
Unterkunftmöglichkeiten:Grotte naturali

Siberia, trentuno dicembre 1932,  prima dell'alba.

Oggi è il giorno del mio quarantaseiesimo compleanno, come sempre incastonato tra il Natale cristiano e quello ortodosso, una coincidenza ironica per uno come me, al quale la religione ha lasciato solo amarezze.
Gli dei pagani, che vivono nell'anima delle popolazioni delle steppe, mi risultano più simpatici perchè meno intransigenti.
Non avrei mai pensato di passarlo in una grotta gelata dal respiro invernale della Taiga siberiana.
Stamani, dopo il risveglio, ho bruciato alcuni rami di ginepro per purificare l'ambiente: questo secondo gli sciamani locali allunga la vita.
In realtà non credo più a nulla, tranne che alle piccole cose che mi danno la sensazione di superare vivo la stagione più fredda.
Da mesi vivo in questo rifugio, dopo la mia fuga dal lager, aggrappato alla speranza  del tentativo  di ritorno a casa, possibile solo all'arrivo della  primavera, parola che dentro di me ho associato alla libertà.

Vivendo ogni istante con tutte le forze, aspiro solo al presente; il passato è sfumato davanti a me, mentre  sento il futuro dietro le spalle, invisibile, quello che sono diventato io per l'esercito russo che mi ha cercato per mesi tra i boschi.
Ho attizzato il fuoco e cercato di leggere la giornata dentro il fondo annerito della mia gavetta di metallo, tra i resti del caffè, come un vecchio indovino.
Ora uscirò per la caccia.
E' cosi' freddo che, all'interno della pesante porta di rami di betulla intrecciati imbottita di muschio che chiude la mia tana, lo strato di ghiaccio cristallino non si è sciolto con il fuoco della notte.
Mentre scrivo queste parole,  fuori nevica.


                                                                                                                                         
                                                                                                                                             Vasiliy 




Il Tenente Colonnello Vasiliy Janovskij , condannato a dieci anni con l'accusa di collaborazionismo, dopo la fuga dal lager della Kolima, con una provvista di munizioni, viveri e un fucile Mosin Nagant calibro 7,62, aveva trovato rifugio in una sperduta grotta sui monti.
Dopo 72 interminabili ore, gli undici fuggiaschi furono tutti catturati e fucilati, mentre lui riuscì a far perdere le sue tracce come una lepre albina nella neve.
Da diversi mesi combatteva una guerra solo per sè stesso nella Taiga siberiana, sul sottile confine tra sopravvivenza e disperazione.

L'autunno siberiano è brevissimo, finisce quando dall'azzurro pallido del cielo arriva la prima neve, cristalli dal nulla, risplendenti l'ebbrezza del grande fuori.
L'inverno si affaccia quando il larice sparge aghi rossastri sul muschio freddo, le pianure si ricoprono di una crosta gelata impenetrabile, la natura diventa ostile alla tigre e alla renna, figuriamoci all'uomo.
Si estende assoluto il dominio di Amba, lo spirito della Taiga.
Trarre nutrimento dalla natura poco generosa di questi luoghi non era stato facile. Qualche preda, funghi, bacche, licheni secchi, il muschio conteso alle renne tritato e mescolato a farina per ottenere la kaša, una specie di minestra .

La neve, la più riuscita alchimia del tempo atmosferico, in quell'ultimo giorno del 1932  cadeva sotto forma di piccoli fiocchi cotonosi, Vasiliy vi affondava fino alle ginocchia, camminando tra gli alberi ricoperti di bianco con il fido fucile a tracolla.
L'alba, il migliore momento per la caccia, era nascosta dietro un velo compatto di nuvole grigie, l'orizzonte delineato da basse montagne scure.
L'ultimo pasto a base di carne era stata una lepre, una settimana prima. La fame era ormai un corpo solido dentro di lui.
A queste temperature il freddo solidifica l'aria espirata in piccoli cristalli di ghiaccio, per proteggersi l'uomo si era cosparso la faccia di grasso di renna, un rudimentale quanto efficace metodo per isolare la pelle dal gelo.
Un ululato lacerò il silenzio.
Nella taiga bisogna avere occhi anche sulla schiena, recita un vecchio detto siberiano, lupi, linci e tigri non aspettano altro che un incauto boccone a due zampe.
Un rumore di uccelli esplose in volo, come polvere pirica mescolata a piume.

Buran, il vento, con una raffica sfrondò la spessa coltre di neve sulle conifere, che cadendo produsse un suono sordo e cupo come un pugno nello stomaco.
Nel mondo civile la gente stava al caldo nelle proprie case, tra candele rosse e  regali, cullata dal clima natalizio.
Com'era lontana la civiltà.
L'unico contatto con il mondo Vasiliy lo intratteneva saltuariamente con Alëša , un cacciatore siberiano a metà strada tra il mistico e il folle che viveva in un accampamento ai margini delle interminabili steppe,  ,, con il quale scambiava pellicce di animali con farina di segale, munizioni e machorka, il trinciato grezzo di tabacco.



La caccia richiede lunghi spostamenti ed un appostamento adatto.
L'uomo camminò per quasi un'ora nel soffice tappeto bianco, poi sentì il bisogno di salire più in alto.
Arrampicarsi con un paio di torbazy, gli  stivali in pelle di renna, ed un fucile lungo quasi un metro e mezzo a tracolla non è un'impresa semplice; Vasiliy tuttavia decise di raggiungere una cima che egli stesso aveva battezzato Monte Zima, per scrutare il territorio circostante in cerca di una preda.
Dopo una scalata lunga ed impegnativa, arrancando sugli ultimi faticosi appigli  e sprofondando nelle trappole tese dai pini nani sepolti tra i massi, la cima fu raggiunta.
Spesse nuvole di fiato cristallizzavano davanti ai suoi occhi azzurro chiaro.
La terribile esperienza plasmante del lager lo aveva allenato alla resistenza, alla mancanza di cibo ed alla sopportazione del freddo, senza la sua indelebile cicatrice addosso non sarebbe sopravissuto.


Fece scivolare il cappello di pelo jakuto sulla nuca e iniziò a scrutare l'orizzonte sottostante, popolato da un esercito di conifere senza comandante, bersagliate dal bombardamento della neve che continuava a cadere fitta.
Una sensazione di calore gli prese la schiena, salendo dritta al collo come un oscuro presagio.
Secco, ed appena percettibile risuonò un fruscio tra i cespugli alle sue spalle.
Vasiliy si voltò di scatto.
A pochi metri di distanza, in mezzo a due grossi larici, due smeraldi gialli lo fissavano, chissà da quanto tempo: gli occhi di una grossa tigre. Fino a quel momento ne aveva viste solo le tracce, senza mai incontrarne una.

Nello sguardo magnetico della tigre si annida tutta la forza del cuore del mondo, l'abisso inquietante della creazione primordiale condensato in due pupille sottili come lame.
Uno sguardo che ha l'effetto di una coltellata alla schiena, lascia inermi, senza iniziativa.
Il colonnello, come lo chiamava sempre Alëša , sapeva benissimo che se solo avesse tentato di togliere il fucile dalla spalla, il felino in pochi istanti lo avrebbe attaccato.

Morire il giorno del proprio compleanno, che onore, che ironia, che rabbia dopo tutti gli sforzi per piegare il temibile inverno russo alla propria dimensione umana di sopravvivenza.
La tigre avanzò di qualche passo. Le forti zampe affondavano nella candida neve fresca, producendo un rumore soffice, quasi idilliaco...il felino incassò la testa nelle spalle e lanciò un ruggito forte come un eco della morte in arrivo.
L'uomo era una statua di ghiaccio, evitava lo sguardo dell'animale per non dare segnali di sfida.
La tigre annusò l'aria, produsse un secondo ruggito, formato da note così basse che scavavano il terreno in cerca di un'eco adatta per la loro gravità, poi si mise su un fianco.
Fuggire era impossibile.
Pochi  metri lo separavano dalla bestia, poteva sentire il suo odore pungente di selvaggio nelle narici.

- Se avessi la fede potrei almeno recitare una preghiera- pensò Vasiliy.

La rigida educazione militare lo aiutò a raccogliere gli istinti e le scariche di panico nel laccio della ragione ed  elaborare una reazione, si abbassò lentamente restando sulle ginocchia, per non dare impressione di supremazia alla tigre, che non gli staccava gli occhi di dosso.
Il calcio del fucile affondò nella neve, la cinghia si allentò inarcandosi, inclinando la canna del Mosin in obliquo.
Un azzardo.
In una piega buia della ragione l'uomo fece scivolare rapido dalla spalla l'arma e la imbracciò, armando in automatico l'otturatore e stringendola fino a sentire il duro metallo e del legno affondare nella carne.
La tacca di mira divideva in due, come una mano benedicente in  verticale la fronte dell'animale, il dito di Vasiliy contratto e tremante scivolò sul grilletto.
La tigre lo guardava, fiera ed impassibile, gli occhi gialli trasmettevano un sentimento intenso, quasi umano.
Una leggenda dice che in ogni tigre c'è un uomo reincarnato in forma animale, che, per liberarsi, ha bisogno di uccidere un suo simile.
La tensione gli annebbiava la vista, per un momento credette di vedere il volto di una donna al posto di quello della tigre.
Il vento con un improvviso alito suonò gli strumenti della taiga, fronde innevate, gole rocciose e arbusti ciondolanti.
Il felino annusò nuovamente l'aria fredda.

Vasiliy si chiese quanto gli era rimasto addosso dell'odore umano dopo tanto tempo nella taiga, vivendo in una grotta degna di un orso. Acqua, aria e terra della foresta erano penetrati nel suo corpo per mesi come linfa vitale, virando verso l'alto il suo grado di selvaticità.
Sempre sotto tiro, la tigre piegò il corpo a destra e iniziò a camminare tranquillamente verso il bosco più fitto.
Vasiliy impietrito deglutì dolorosamente, sparare o non sparare?
Il grosso felino bianco e nero, mantello scelto per la mimesi dalla selezione naturale, si allontanava confondendosi sempre più nei semplici colori dell'inverno.
Scomparve etereo tra le betulle, inghiottito dalla foschia, tra le dolci ondulazioni del dorso rigato, lasciando il bosco in un immane silenzio, quasi irreale.
La neve scendeva leggera come un incantesimo.

Amba, lo spirito della taiga si era manifestato sotto forma di tigre, aveva spaventato e avvertito, forse accettato come un figlio adottivo un uomo in fuga, che i suoi simili volevano rinchiudere in una terribile scatola chiamata lager.
Ora si sentiva amalgamato, impastato con la natura, pieno di sè come un personaggio Tolstojano che arriva finalmente alla verità.
Scosso da un leggero tremito, il colonnello chiuse gli occhi e strinse i pugni, espirando dolorosamente come se avesse trattenuto il fiato fino a scoppiare.
Due grosse lacrime gli rigarono il volto, lacrime di una gioia violenta, di chi ha avuto in regalo la propria vita.
Vasiliy Janovskij, nato due volte, la seconda  il giorno del suo quarantaseiesimo compleanno.



La primavera in Siberia colora di verde vivo gli aghi dei larici, gonfia i fiumi con l'acqua nuova dei ghiacciai e schiarisce le notti di luna, colorandole di ametista.
Primavera in Siberia è sentore di resina, profumo di rosa di montagna che dischiude i suoi fiori color rubino, quello del sangue non versato.


                                                                                                                                                         Vasiliy



“Bесна в Cибире красит ярко-зеленым цветом хвое лиственницы, надувает рек пресную воду из ледников и осветляет луной ночей, окрашивают их аметистом.
Bесна в Cибире это смолистый запах , вонь рододендронов которые pаспускают лепестки их рубинового цвета, цвета не пролитой кровьи ”

 
                                                                                                                                                       Василий  









  

La traduzione in russo è stata possibile a cura di ewuska che ringrazio.Buone Feste!
 

Tourengänger: lebowski


Galerie


Slideshow In einem neuen Fenster öffnen · Im gleichen Fenster öffnen


Kommentare (7)


Kommentar hinzufügen

tapio hat gesagt:
Gesendet am 24. Dezember 2012 um 15:57
"Suurin elämys ei ole tappaa, vaan antaa elää"
"La più grande emozione non è uccidere, ma lasciar vivere" (tratto dalla locandina finnica del film "L'orso")

Lunga vita alle tigri, agli orsi e agli amanti della Natura. E a chi sa catturare il desiderio del bel leggere!

Ciao, Fabio

heliS hat gesagt: Grazie
Gesendet am 24. Dezember 2012 um 19:39
uno splendido regalo ...

grandemago hat gesagt:
Gesendet am 24. Dezember 2012 um 21:32
Grazie Luca!

A presto
Aldo

cappef hat gesagt:
Gesendet am 25. Dezember 2012 um 09:28
grazie per queste importanti testimonianze in poche righe!

Ciao...Flavio

Lydia hat gesagt: Buon Natale!
Gesendet am 25. Dezember 2012 um 10:21
Un sereno Natale, dopo questo bellissimo racconto un giorno migliore mi attende! Belle le foto in b/ n. E. Complimenti per il
Racconto, vivo ,vero! Buona giornata!

Ewuska hat gesagt:
Gesendet am 25. Dezember 2012 um 18:39
Большой Лебовски!!!

Grazie Luca. Auguri ad un incastonato & family.
Ewa

lebowski hat gesagt:
Gesendet am 25. Dezember 2012 um 20:56
Grazie a tutti della lettura e dei complimenti. La storia è ispirata ad un fatto accaduto realmente in quei terribili anni, in siberia.
Del colonnello Janovskij, non si ebbe più nessuna notizia. Mi è piaciuto immaginare che fosse sopravvissuto, sfidando dopo la morsa staliniana l'inverno russo.
Buon anno!


Kommentar hinzufügen»